Osservatorio Nazionale per il monitoraggio e la promozione delle iniziative in ambito educativo e formativo sui temi della parità tra i sessi e della violenza contro le donne

Si svolge quest’oggi a Roma la presentazione dell’Osservatorio Nazionale per il monitoraggio e la promozione delle iniziative in ambito educativo e formativo sui temi della parità tra i sessi e della violenza contro le donne.  La posizione di FINAS:

L’Istituzione di un Osservatorio Nazionale per il monitoraggio e la promozione delle iniziative in ambito educativo e formativo sui temi della parità tra i sessi e della violenza contro le donne presso la Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione e la Partecipazione del MIUR è un azione lodevole, riteniamo che  l’educazione alle differenze, e la formazione siano i più validi  strumenti di prevenzione e contrasto alla violenza di genere. Peccato che nel dicastero a guida Fedeli abbiano ignorato la nostra proposta di ampliare le linee guida su bullismo e cyberbullismo a tutela ed  integrazione studentesse e studenti LGBT, questione totalmente ignorata anche nel  piano sull’educazione al rispetto presentato poco tempo fa in pompa magna dal Ministro dell’Istruzione. ” Così in una nota il Segretario Nazionale Finas Pompei che prosegue: ” Prevenire tutte le discriminazioni è anche citato nel comma 16 della legge 107/2015, ma allo stato attuale studentesse e studenti LGBT sono ancora oggi pesantemente discriminati e vittime di episodi di bullismo e cyberbullismo come dimostrano i recenti casi di cronaca. Chiederemo al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri cui la Sottosegretaria Boschi ha la delega d’intervenire, non si può ignorare nelle iniziative educative di carattere nazionale tale tema.”

 

Ma com’è la situazione della parità di genere in Italia?

Le donne italiane hanno uno dei tassi di partecipazione al lavoro piu’ bassi tra i paesi Ocse e al tempo stesso una delle routine quotidiane piu’ pesanti.
Insomma, poco occupate, ma gran lavoratrici. Sono anche tra le piu’ istruite, molto spesso piu’ preparate e qualificate dei coetanei, ma meno presenti nei lavori piu’ redditizi.
Nel rapporto Ocse sulla ‘difficile battaglia’ per la parita’ di genere, il quadro per la Penisola e’ dolente soprattutto sul fronte dell’occupazione e della sua conciliazione con le responsabilita’ nella famiglia, mentre e’ migliorato negli aspetti di istruzione e governance.
‘In Italia, piu’ che in altri paesi Ocse, una sfida chiave resta quella di facilitare l’ingresso e la permanenza delle donne sul mercato del lavoro’, sottolinea lo studio. Le cifre parlano chiaro: il tasso di partecipazione alla forza lavoro delle donne in Italia e’ del 48% contro l’oltre 66% maschile, con una differenza di oltre il 18%, sia pure in attenuazione negli ultimi anni, contro la media Ocse del 12,2%. Solo Corea, Cile, Messico e Turchia hanno un divario maggiore. Le donne, pero’, lavorano complessivamente piu’ degli uomini se al lavoro pagato, formale, si aggiunge quello non pagato, nella cura delle persone e della casa. Il pattern e’ diffuso in tutti i Paesi industrializzati, ma in Italia e’ un peso che ricade per tre quarti sulle donne.
In base ai dati Ocse, una donna (15-64 anni) nella Penisola dedica in media 315 minuti al giorno al lavoro non pagato e 197 a quello retribuito, un uomo invece ha un’occupazione pagata per 349 minuti e riserva solo 105 minuti al lavoro non pagato. Solo le donne di Portogallo, Turchia e Messico hanno una maggiore quantita’ di lavoro non pagato e gap di generi piu’ ampi. Nei Paesi nordici, invece, il divario e’ molto piu’ contenuto. La svolta nel mondo del lavoro per le donne italiane molto spesso arriva con la maternita’ che induce a lasciare o ridurre l’occupazione retribuita. Una delle ragioni del basso tasso di partecipazione femminile – sottolinea l’Ocse – e’ la mancanza di accesso a servizi di assistenza all’infanzia convenienti e di qualita’. Solo un bambino su quattro tra zero e due anni in Italia e’, in effetti, affidato alle cure di servizi formali di assistenza all’infanzia, ovvero asili-nido, contro la media Ocse del 34% e le percentuali di oltre il 50% nei Paesi con la maggiore occupazione femminile, come la Francia (51%) o i Paesi nordici (Danimarca 65%). Il Governo italiano – rileva il rapporto – si e’ dato da fare per sostenere le famiglie con l’assistenza all’infanzia, per mezzo di un sistema di voucher, ma persistono grandi disparita’ regionali nei risultati.
Lo shock reddituale puo’, beninteso, avere varie ragioni, oltre al ritiro della madre dal lavoro, quali un cambiamento del contratto o del lavoro, oppure la perdita del lavoro del padre, ma gli indizi sembrano puntare in prevalenza in direzione della madre. Le donne meno istruite, in special modo, si trovano a fronteggiare le difficolta’ maggiori, sia nell’ingresso, sia nella permanenza nel mercato del lavoro. Dopo la maternita’, le donne meno qualificate hanno una probabilita’ di 40 punti percentuali minore di essere occupate, rispetto a padri con lo stesso grado di istruzione.
In ogni caso, il rapporto calcola che la perdita del lavoro in Italia da parte della donna incide molto meno sul reddito della famiglia rispetto a quella dell’uomo, il 29% in media contro oltre il 47%. Una carriera lavorativa frammentata si traduce anche in una minore pensione per le d onne: in Italia e’ il 33% in meno in media. Il basso numero di donne nelle forze lavoro e il livello d’istruzione contribuisce, per altro, al fatto che l’Italia abbia uno dei gap salariali di genere piu’ bassi nell’Ocse, il 5,6% contro il 14,3% medio. Le donne attive nel mercato del lavoro sono infatti con piu’ probabilita’ le piu’ istruite e hanno potenzialita’ retributive piu’ alte delle donne inattive e quindi piu’ vicine agli uomini pari grado.

 

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